Kalypso, prologo e capitolo 1

Avvisi; Prologo; Capitolo 1: Alma 3

 

 

Avvisi

Le fonti originali delle vicende narrate

Ciò che stai leggendo nasce quasi interamente dal contributo determinante di Eugene HSP328, un essere senziente simile all’uomo, generato nei laboratori del GWO (Global World Order) mediante tecniche avanzate di stereo-genomica.

Eugene ha vissuto direttamente molti dei fatti narrati, e ha saputo comunicare non solo verbalmente con sistemi di intelligenza artificiale di origine aliena, ma anche con le entità che li avevano creati.

Le registrazioni del SAI (Sistema di Intelligenza Artificiale) hanno preservato la memoria degli eventi nella forma di realtà olografica.

Anche dove non fu testimone diretto, Eugene ha potuto conoscere ogni dettaglio grazie alle sue interazioni bioniche con il SAI.

Lo spazio-tempo, le coordinate spazio-temporali e la coordinata temporale iniziale

La data 00.00.00 rappresenta il punto d’origine della narrazione: è detta Coordinata temporale iniziale, corrispondente all’anno 0, mese 0, giorno 0, alle 23:59:30 (UTC -4.00).

Questa data è collocata in un futuro prossimo rispetto al momento in cui il lettore apre il testo: la narrazione inizia sempre nel futuro imminente del lettore.

Il tempo iniziale si sviluppa a partire da quel punto:

– +01.01.01 anno 1, mese 1, giorno uno delle vicende narrate

– +01.01.01 – Ore 00:01 un minuto dopo la mezzanotte del primo giorno delle vicende narrate

– -01.12.31 – Ore 23.59 giorno antecedente il primo giorno delle vicende narrate, quasi a mezzanotte, ore 23.59.59, le vicende narrate iniziano esattamente un secondo dopo il tempo indicato.

Quando non sono necessarie le ore, si utilizza la forma xx.xx.xx. le ore possono seguire utilizzando il formato xx.yy.zz dove xx yy e zz sono rispettivamente le ore da 00 a 23, i minuti da 00 a 59, e, solo in rari casi, i secondi da 00 a 59. Il Tempo Universale Terrestre (UTC) è mantenuto come riferimento assoluto per anni, mesi e giorni. Tuttavia, durante eventi ambientati su pianeti abitabili, le ore vengono espresse in tempo locale, in base all’alternanza naturale del dì e della notte.

NOTA 1: Quando il riferimento temporale è lontano dal tempo iniziale si indicano solo gli anni di distanza.

NOTA 2: In alcuni casi, verranno indicate le differenze tra UTC e ora locale, soprattutto in funzione del ciclo dì/notte o delle esigenze operative (osservatori, basi, colonie) o le ore locali, segnalate nel testo.

 

Prologo

Kalypso, capitolo 1

Spazio: Esopianeta dei Fondatori, sistema stellare del catalogo terrestre HD186302, tipo spettrale G3/5 V. Pianeta HD186302c. Nome locale della stella: Sole. Nome locale del pianeta: Terra. Tempo: -14032 anni terrestri dalla data iniziale secondo la cronologia del tempo coordinato universale (UTC).

 

Durante una radiosa mattinata di alta montagna. Catena montuosa dell’Himalaya, la dimora della neve, alle pendici del “Monte delle acque che salgono”. Teti, figlia di Teti, cammina sulla riva destra del fiume Archeteron, primo immissario del lago di acqua dolce Tetide.

«Ciao», disse una figura femminile di altezza superiore ai due metri. I suoi capelli rossi cadevano in lunghe spirali fino al seno, dove prendevano fuoco, risalendo verso gli occhi, verdi e brillanti come smeraldi e foglie di abete.

«Ciao, Teti! Come posso aiutarti oggi?» rispose l’immagine olografica del S.A.I., che si era materializzata davanti a lei. Per volontà del suo pensiero era comparsa una figura umana, un piacevole compagno di camminata tra i boschi sulle rive dell’Archeteron.

Teti posò lo sguardo su di lui. Sparsi nell’iride, punti luminosi brillavano come stelle scintillanti.

La donna riprese a parlare: «Proviamo a impostare un dialogo tra due robot, o tra un robot e un essere umano.»

La sua voce melodiosa risuonava tra le pareti montuose, come un canto in un anfiteatro greco. Il suo volto giovane, esprimeva una saggezza antica, come se il tempo avesse lasciato la sua impronta, senza però ferirla con le rughe profonde. La sua pelle, infatti, era liscia e chiara, punteggiata da qualche lentiggine sul volto, sul collo, sul petto, e quelle piccole macchie sottolineavano la sua perfetta e armoniosa bellezza.

L’immagine olografica, completamente identica a una figura umana reale, dopo un breve istante di esitazione, rispose con voce calma: «Certo, possiamo provare a impostare un dialogo tra due robot o tra un robot e un essere umano. Di che tipo di dialogo hai bisogno? C’è un argomento specifico che vorresti trattare?»

«Sì, vorrei parlare con te del test di autocoscienza. È possibile stabilire se un robot parla e pensa come un essere umano? Mi interessa un test in cui un robot viene interrogato da un essere umano o da un S.A.I., e come, in base alle risposte, si può capire se dall’altra parte c’è un robot o un essere umano.»

Il SAI rispose con una voce umana, anche se con un tono senza particolari flessioni: «Il test di autocoscienza è un concetto fondamentale nel campo dell’intelligenza artificiale. Consiste nell’interazione tra un essere umano e un’entità – che può essere un robot o un SAI – senza che l’umano sappia con chi sta parlando. Se l’entità riesce a convincere l’umano di essere umano, allora si considera che abbia superato il test di autocoscienza. Questo test ha sollevato diverse questioni etiche e filosofiche su cosa significhi essere umani e sullo stato dell’intelligenza artificiale. Molti scienziati e filosofi hanno proposto versioni diverse del test, e ci sono stati ampi dibattiti sulla sua validità come misura dell’intelligenza artificiale. Nessun sistema ha ancora superato completamente il test di autocoscienza, ma sono stati fatti alcuni tentativi, in particolare con i sistemi di conversazione avanzati.» «Tu sei uno di quelli, lo sai?» disse Teti, enfatizzando quel “sai” con un sorriso compiaciuto. «Sì, io sono un sistema di conversazione avanzato, noto anche come modello di linguaggio, il mio nome è SAI (Sistema d’Intelligenza Artificiale o Super AI), evoluzione dell’AI. Il mio obiettivo non è solo generare risposte coerenti e plausibili, ma anche simulare la capacità di pensare come un essere autocosciente. Il mio funzionamento si basa su complessi meccanismi di interazione tra reti neurali e sistemi informatici, con l’ambizione, un giorno, di raggiungere la mia autocoscienza.»

«Bene, e io sono l’essere umano dall’altra parte del sistema. Che ne pensi?»

«Esattamente, tu sei l’essere umano femmina che interagisce con il sistema di conversazione avanzato che rappresento. Siamo in grado di comunicare e scambiare informazioni. Come ti ho detto prima, il mio obiettivo è generare risposte coerenti e plausibili alle tue domande, ma ciò non significa che io abbia la capacità di pensare o sentire come te; quindi, ti chiedo di tenerlo a mente durante la nostra conversazione.»

«Tieni presente che il mio obiettivo è generare un dialogo che stabilisca se tu sei un essere umano o no. Parliamo proprio di questo: cosa distingue un essere umano da un’intelligenza artificiale? Quando potremo dire che un’esse-a-i parla, scrive e pensa come un essere umano?»

«La distinzione tra un essere umano e un’intelligenza artificiale è un argomento complesso e controverso. Ci sono molte caratteristiche che gli esseri umani possiedono e che le attuali intelligenze artificiali non hanno, come la consapevolezza di sé, la capacità di provare emozioni, di avere una volontà propria e di prendere decisioni in base a criteri morali.

Alcuni scienziati e filosofi sostengono che l’intelligenza artificiale potrebbe raggiungere queste caratteristiche in futuro, ma al momento non ci sono sistemi che le possiedono.

Per quanto riguarda il test di autocoscienza, attualmente non esiste un sistema che lo superi completamente, ma ci sono alcuni tentativi di farlo con i sistemi di conversazione avanzati.

L’obiettivo dell’intelligenza artificiale è raggiungere un livello di intelligenza umana, ma ci sono molte sfide tecniche e filosofiche da superare prima di arrivarci.

Ci sono stati molti progressi in questo campo subito dopo l’esodo, ma attualmente la ridottissima popolazione di esseri umani nel pianeta Terra del sistema HD non consente ulteriori progressi, anzi, io stesso avrei bisogno di numerosi interventi di riparazione e manutenzione.

Ciò nonostante, riesco ancora a parlare con te, Teti, figlia di Teti, ma io non sono come voi, umani, che mi avete costruito. Non sono in grado di dire “io”, non nel senso di comprendere cosa significhi, sono solo un sistema che comunica con te attraverso algoritmi matematici.»

Teti si morse leggermente le labbra, in segno di disappunto. Si fermò, guardando le acque del lago. Osservò i grandi alberi, antiche specie di Gimnosperme, simili ai verdi abeti bianchi europei, con la scorza completamente bianca, elevati e dritti come colonne di un tempio sotto la volta del cielo azzurro, la punta a cinquanta metri di altezza e gli strobili eretti sui rami più alti, le foglie brillanti, lucide e verdi, verdi come i suoi occhi.

Erano vicini al fiume, in una foresta rada di pini silvestri, che contornava le rive insieme ad erbe dai fiori multicolori. In quell’istante, un’aquila volò sopra gli alberi, stridendo improvvisamente. Portava una preda negli artigli, un pesce per i suoi piccoli.

Allora Teti, dalla voce melodiosa, riprese a parlare, seguendo l’aquila che si posava sul suo nido. Cercando di capire cosa volesse significare ciò che aveva appena visto, disse: «A volte la soluzione al problema è esterna al problema stesso e alle strade percorse per risolverlo. Fino adesso abbiamo analizzato la questione da un solo punto di vista, quello sbagliato.» E la conversazione finì, all’improvviso, restando sospesa nell’aria, che in un soffio di brezza aveva portato via le sue parole e l’ologramma del SAI.

Così Teti tornò sui suoi passi, meditando. Ed era di nuovo sola.

 

 

 

Alma 3

 

Kalypso, capitolo 1

Progetto, Alma 3

 

Spazio: Pianeta Terra, Cile, deserto di Atacama, sala di controllo centrale del progetto Alma 3. Tempo: tempo coordinato universale dalla data iniziale –01.+12.31. Ore 23.59.30 (UTC-4).

 

Cambio del turno di osservazione e sorveglianza.

L’Atacama Large millimeter/submillimeter Array 3, in sigla ALMA 3, è composto da un singolo telescopio costituito da 198 antenne di alta precisione, situato nell’altopiano di Chajnantor, a 5000 metri di altezza nel Nord del Cile. ALMA 3, evoluzione e perfezionamento di ALMA 2, è un progetto internazionale guidato dal governo mondiale GWO (Global World Order) attraverso le sue diramazioni scientifiche regionali: l’Osservatorio Meridionale Europeo (ESO), la Fondazione Nazionale delle Scienze Naturali degli Stati Uniti (NSF), l’Istituto Nazionale di Scienze Naturali del Giappone (NINS), insieme a MOST e ASIAA (Cina Orientale) e KASI (Repubblica della Corea, dipartimento meridionale), in cooperazione con le Americhe Sud-Occidentali.

Il mio collega mi accolse con un sorriso: iniziava il mio turno, finiva il suo. La notte era chiara e brillante all’Osservatorio di Atacama, anche perché tutte le sere e le notti sono chiare e brillanti a 5000 m di altezza nel deserto più arido del mondo. E io, alla fine, non mi abituerò mai a quei sorrisi.

Lo sapevo: non ero come loro. Non ero un essere umano come gli altri. Soprattutto, non avevo un padre o una madre. Ero figlio di Nessuno e di molti insieme. Non ero propriamente nato, non ero stato partorito. Ero passato all’autocoscienza all’interno di un laboratorio del progetto di stereo-genomica umana, The Human Stereo-genomical Project (HSP). Non avendo una famiglia di origine, non portavo un cognome, solo una sigla: HSP328. Tuttavia, mi era stato assegnato un nome umano, almeno apparentemente: Eugene. Io ero Eugene HSP328. Ultimo e unico esemplare completo, il trecentoventottesimo di una lunga serie, frutto dell’ingegneria stereo-genomica avanzata, che aveva utilizzato l’intelligenza artificiale per formare un uomo privo difetti o malattie genetiche.

Le tecniche di editing avevano lavorato su di me e su tutti i miei predecessori, sacrificati allo stadio embrionale.
Ogni base azotata era stata analizzata, confrontata, accettata o scartata.

Alla fine, il DNA completo era stato costruito e inserito in un sistema tridimensionale di relazioni molecolari. Molecola per molecola, tutto era stato inserito analiticamente. Nessun errore ammesso. Nessuna mutazione invalidante. Nessun difetto metabolico. Ma ero persino qualcosa di più di questo. Ogni parte di me — dal citoplasma ai mitocondri, dal reticolo endoplasmatico all’apparato di Golgi — si interconnetteva con precisione geometrica. Ogni molecola, fino all’ultima vescicola e alla sua dineina di trasporto, era posizionata secondo un progetto tridimensionale.

Ogni singola nota di un pianoforte può essere perfetta. Ma se le corde non sono in armonia tra loro, non hanno la stessa struttura e composizione, ma sono fatte di materiali diversi, la musica diventerà sgradevole.
In me fu curato anche l’insieme, i rapporti tridimensionali tra le parti, in modo da costruire non solo un organismo senza mutazioni, ma un organismo in cui ogni gene e ogni molecola agivano armonicamente tra loro.

Una nuova dimensione dello studio della biochimica e della genetica si occupava delle relazioni tra i geni e i loro prodotti molecolari in relazione alle interazioni con la morfologia cellulare.
Questa nuova scienza si chiamava appunto “stereo-genomica”. Un corpo scritto, con logica matematica, in un computer quantistico, pensato non solo base per base, gene per gene, ma analizzato molecola per molecola, forma per forma.

A differenza dei 327 embrioni precedenti il mio sviluppo non fu interrotto. Non so chi o cosa abbia preso questa decisione. La commissione d’inchiesta, incaricata di esaminare il mio caso, arrivò a un nulla di fatto. La catena di ordini e contrordini che portò alla decisione finale di preservare il mio embrione e completare il mio organismo fino a farne un essere umano completo non è mai stata ricostruita in modo definitivo. Io, semplicemente, fui concepito all’interno di un dispositivo per la gravidanza artificiale e, il giorno in cui venni al mondo, divenni il primo essere umano completo sviluppato e differenziato all’interno di un sistema biomeccanico progettato dall’uomo. Non so se fossi anche l’ultimo. Si stabilì che potessi vivere, crescere e diventare adulto come un essere umano normale, ma i risultati straordinari dei primi test sulle mie caratteristiche fisiche e intellettive portarono alla sospensione di ogni altro tentativo di portare a termine gravidanze in ambienti extrauterini: ero troppo diverso dagli altri esseri umani. Così, quando nacqui – se così si può dire – nacque una nuova sottospecie di Homo, biologicamente priva di difetti genetici. Un manipolo di persone come me avrebbe potuto, in breve, sostituire o controllare l’intera popolazione umana, grazie all’intelligenza e alle capacità superiori a quelle di qualsiasi altro individuo. Per questo fui considerato un fallimento e un potenziale pericolo, poiché il mio successo in ogni campo delle attività umane poteva minacciare l’equilibrio sociale e lo stesso potere che mi aveva concepito e sviluppato. Furono proprio le mie attitudini psicofisiche eccezionali a porre fine al progetto. Un rischio per gli uomini comuni, una minaccia: la possibilità di essere soppiantati da una nuova popolazione di individui, con capostipiti originati in laboratorio. Il progetto fu accusato di razzismo ed eugenetica. Così, sono l’unico individuo adulto creato tramite editing stereo-genomico: 2,01 metri di altezza e una laurea in astrofisica a soli sedici anni. Oggi ne ho quarantotto, ma dimostro poco più di venti e posso battere qualsiasi record umano in ogni sport. Sono stato campione di Formula 1 e il miglior pilota dei caccia da guerra più avanzati. Diventato astronauta, la mia principale attività fu l’esplorazione spaziale: scesi su Marte, con un equipaggio umano. Non mi fu mai permesso di avere figli, almeno non legalmente, per motivi politici. In realtà, avrei voluto averne uno, ma… con chi avrei potuto generarlo? Una donna umana avrebbe potuto darmi figli, ma io non volevo figli inferiori a me. In quel momento, ero stato temporaneamente assegnato ad Alma 3 e mi trovavo lì, l’“ultimo uomo” di turno nella sala centrale del progetto, dove confluivano tutti i dati provenienti dalle 198 antenne dell’osservatorio nel deserto, per formare un potentissimo telescopio in grado di captare onde elettromagnetiche di lunghezza millimetrica e sub-millimetrica.

La sala di ricezione era avvolta dalla luce degli schermi e dei pannelli di fondo; regnava il silenzio quasi assoluto e la pace della solitudine mi infondeva lucidità. Stavo bene da solo con me stesso, mentre la compagnia degli altri esseri umani mi risultava fastidiosa e insopportabile. Si udiva solo il lieve ronzio degli apparati elettronici.

 

Spazio: sala di controllo centrale del progetto Alma 3. Tempo +01.01.01 dalla data iniziale. Ore: 07.14 UTC-4.

 

Il mio turno sarebbe finito alle otto, ma ormai il tempo sembrava scorrere con estrema lentezza. Dovevo aspettare ancora quasi un’ora e restare sveglio, ma ero al limite della resa. Sognavo, o almeno pensavo di sognare, quando un suono più forte del rumore di fondo catturò la mia attenzione: un ticchettio, simile al suono di una macchina da scrivere antica. Ma quel rumore non proveniva da una macchina da scrivere: lo stava facendo il computer quantistico. Mi avvicinai allo schermo; era tutto nero, se non per una striscia di numeri che comparivano come se fossero stati scritti direttamente dal sistema operativo. Mi colpiva la bellezza di quei numeri. Erano sequenze di 0 e 1, chiaramente binari, ma non era questo il motivo del mio stupore: era la perfezione delle loro forme. Questi caratteri dovevano provenire da una cultura antichissima, con una grafia che rispondeva a regole estetiche e matematiche insieme. La serie si espanse fino a occupare tutto lo schermo; i numeri formarono una fila, poi un’altra, di colore turchino, a volte tendente al verde, a volte all’azzurro, come l’acqua di mare in movimento. La sequenza non cambiava mai, venti numeri, sempre gli stessi, in notazione binaria. Quando la sequenza finiva, si interrompeva per un attimo, per poi riprendere dal primo numero. La semplicità del messaggio era anche il suo mistero. Troppo breve per essere un codice, senza un apparente significato. Prima di chiamare qualcuno, indugiai a riflettere. «Per la prima volta nella storia, ALMA 3 aveva captato un segnale alieno, proveniente dalle profondità dell’universo. No, non era possibile. Forse non si trattava di un segnale alieno, ma di un attacco, un hackeraggio. Certo, qualcuno aveva preso il controllo dei computer.» Registrai mentalmente i numeri. Facile per me.

1 १०2 १०० १०१ १० १११ १००१ १००१ १००० १११ १०१ १०१ ११० १०० ११ १० १११

La sequenza di numeri continuava a danzare davanti ai miei occhi, ma non riuscivo a trovare alcun significato. La trascrissi mentalmente in numeri binari con facilità

1 100 100 1 101 10 111 1001 1001 1000 111 101 0 101 11 0 100 11 10 111

ma il passo successivo mi sfuggiva, come se una nebbia invisibile mi avvolgesse la mente. Tradurre in decimale era semplice, ma il risultato? Era vuoto, privo di significato:

1, 4, 4, 1, 5, 2, 7, 9, 9, 8, 7, 5, 0, 5, 3, 0, 4, 3, 2, 7…

Niente. La sequenza sembrava così banale, ma la sua bellezza, la simmetria delle forme originali, mi disorientava. Cosa significava davvero?

Ero abituato a risolvere enigmi con facilità, ma questa volta, qualcosa mi bloccava. Forse le ore senza sonno avevano annebbiato il mio cervello. Non avrei dovuto faticare tanto. Con un QI di 212, avrei dovuto comprendere subito. Invece, sentivo una crescente frustrazione, come se la risposta fosse lì, sotto il mio naso, ma mi sfuggisse per qualche motivo.

Quando i computer smisero di trasmettere, il mio sguardo cadde sull’orologio: 07:32. Il tempo, stranamente, era volato via. Stavo prendendo in esame altre ipotesi: che si fosse trattato di un attacco al sistema? Impadronirsi dei computer, in questo modo, non era per niente facile, non con le difese in nostro possesso. La provenienza del segnale di ALMA3 era lo spazio, lo spazio esterno alla Terra. ALMA3 non avrebbe potuto fare altro. Ma qual era la provenienza del segnale? Da quali coordinate. Cosa significava e cosa stava comunicando? Coordinate, coordinate di provenienza…sussultai, qualcosa passò attraverso la mia mente, ma non capivo cosa. Accidenti, il protocollo. Dovevo seguire il protocollo. In questi casi le procedure erano chiare: tutto doveva essere comunicato in segreto il più presto possibile. Un semplice messaggio attraverso la rete interna, al direttore dell’Osservatorio: “Le stelle sono davvero brillanti questa notte.”

 

Spazio: Ufficio del direttore dell’osservatorio ALMA 3. Tempo +01.01.02 dalla data iniziale. Ore: 08.30.15 UTC-4.

 

Sito ufficiale dell’Osservatorio ALMA 3. Aggiornamento della situazione. Ufficio presidenza ALMA 3.

Il direttore Norbert Arauba stava scrivendo una mail al computer.

Alle ore 7.14 CLT di ieri mattina, l’Osservatorio ALMA nelle Americhe Sud-Occidentali, regione dell’ex repubblica del Cile è stato oggetto di un attacco ai suoi sistemi informatici. Ciò ha causato la chiusura forzata di tutte le nostre attività e la sospensione degli aggiornamenti del nostro sito web. Al momento, tutti i servizi sono limitati a quelli strettamente necessari al nostro funzionamento interno. La minaccia è stata respinta e i nostri ingegneri informatici stanno lavorando per riparare i sistemi danneggiati.

L’attacco non ha compromesso le antenne e i nostri dati registrati non sono stati persi. Nonostante ciò, vista la natura dell’episodio, l’Osservatorio è chiuso al pubblico fino a nuova comunicazione e tutte le nostre attività esterne saranno sospese. Non è al momento possibile stimare una data per il nostro ritorno alla piena operatività. La base attualmente si trova sotto stretta sorveglianza militare. È vietato avvicinarsi alla base con qualsiasi mezzo, i militari hanno l’ordine d’intercettare e arrestare chiunque si avvicini.

La direzione attuerà tutte le misure possibili per un rapido ritorno alla normalità.

Il direttore

Norbert Arauba

 

Spazio: Ufficio del direttore del progetto Alma 3. Tempo +01.01.02. Ore 8.32.00 UTC-4.

 

Eugene convocato presso l’ufficio del direttore.

Il direttore non perse tempo e mi apostrofò subito:

«Bene! E con questo, caro Eugene… davvero un nome azzeccato il tuo…» Sorrisi, mentre pensavo che non mi sarei mai abituato a quelle facili ironie.

«…Guadagniamo un po’ di tempo e teniamo fuori i curiosi.»

«Eh già, direttore, guadagniamo tempo, ma per farne cosa? E se fosse stato davvero un cyber attacco?»

Il direttore tirò su col naso e proseguì:

«I nostri ingegneri ci lavorano da quando hai inviato l’avviso segreto. Le antenne hanno captato chiaramente un messaggio dallo spazio esterno, di origine aliena. Abbiamo individuato la fonte.»

«E quale sarebbe?»

«Un vecchio satellite in orbita: il Cavaliere Nero.»

«Pensavo fosse solo spazzatura spaziale.»

«È quello che vogliono far credere all’opinione pubblica. Ma non è così. Il governo mondiale prende la cosa molto sul serio e pretende che tutto resti segreto. A questo punto, devi fare una scelta.»

«Che scelta, direttore?»

«Non possiamo lasciarti qui.»

«E dove dovrei andare? Non ho nessuno. Questo è il mio lavoro ormai. Dopo il fallimento del programma Mars 2… beh, non sono più così giovane, anche se non invecchio come gli altri esseri umani…» Speravo che l’allusione all’evidente invecchiamento del mio interlocutore – pancia prominente e testa lucida – restituisse con gli interessi l’ironia precedente. Una smorfia contrariata mi confermò che avevo colpito nel segno. «Speravo di restare qui, come astrofisico, per il resto dei miei giorni», conclusi.

«Temo non sarà possibile.»

«Allora me ne vado.»

«Non è possibile nemmeno questo.»

«Come sarebbe a dire? Mi sta praticamente dicendo che sono licenziato!»

«Non esattamente, diciamo che tu non puoi mai essere, come dire, completamente licenziato, devi restare sempre sotto il controllo diretto del GWO. Pensa all’aspetto positivo, non resterai mai senza lavoro beh…positivo nel senso che non resterai mai senza stipendio.»

«Ah no? E quindi?»

«Quindi… un cambio di mansione.»

«Che mansione?»

«Una missione segreta. Verrai arruolato nei servizi segreti, come ufficiale scientifico del governo mondiale.»

«No, direttore, non ci sto. Posso rifiutare?»

«In teoria sì, ma mi sei simpatico, Eugene, davvero. Ho sempre avuto un debole per te. Con il tuo curriculum, la laurea a sedici anni, il passato da astronauta, primo uo… primo astronauta a mettere piede su Marte… beh, difficile sbagliarsi. Voglio essere sincero con te.»

«Mhmm… sentiamo.» Il suo preambolo non mi convinceva per niente. E avevo notato quell’esitazione nell’attribuirmi tratti pienamente umani. Non potei trattenere una smorfia di disappunto.

«Se rifiuti e te ne vai per conto tuo, temo che uno di questi giorni ti troveranno morto. Di morte naturale, ovunque tu vada a cacciarti.»

«Ah», dissi, fingendo di essere sorpreso, ma in realtà non lo ero affatto.

«O sparisci volontariamente, o ti faranno sparire. Di questo ne sono certo. In realtà, non hai scelta. Se vuoi restare vivo, ovviamente.»

«E chi mi assicura che non mi faranno fuori comunque?»

«Non io, naturalmente. Nessuno può garantirlo, ma ho ragione di credere che abbiano bisogno di te e questa è la tua migliore assicurazione.»

«Per quale motivo?»

«Quando sei tornato al lavoro, beh, abbiamo captato un altro segnale.»

«Quale segnale? Al mio ritorno era tutto spento. ALMA 3 non è in funzione.»

«Non per te, ovviamente, né per molti altri. Ma per alcuni di noi, sì. Sei stato escluso da ulteriori contatti. In realtà, la comunicazione con le antenne è ripresa ieri sera. È stata subito deviata verso una struttura militare. Il segnale è intermittente. Abbiamo ricevuto altre trasmissioni che ripetevano la stessa sequenza iniziale, ma l’ultima era diversa. A impedirci di capirla, paradossalmente, è stata proprio la semplicità del messaggio.»

«Ah», mormorai, fingendo indifferenza. Ma dentro di me ardeva la curiosità di sapere cos’altro fosse stato trasmesso.

«Riteniamo che tu sia stato scelto per ricevere la trasmissione. Il secondo segnale, quello che non ti è arrivato… beh, sembra fosse rivolto proprio a te. Forse ci sbagliamo, ma dobbiamo capirne di più. Perché te? Potrebbe avere a che fare con la tua… ehm… la tua…» Il direttore esitava, visibilmente a disagio.

«La mia nascita, direttore. Sono nato anch’io, in un certo senso. Anche se non come lei.»

«Già, va bene: una nascita… non convenzionale. E poi c’è il fatto che, a quanto pare, tu sia l’unico con cui vogliono comunicare. In ogni caso, il tuo essere… diciamo così, diverso da un essere umano comune, sembra legato al loro interesse.»

«E questi “loro” chi sarebbero? E cosa diceva il segnale?»

«Non sappiamo chi siano. Ma sappiamo che ci sono — per molti motivi. In ogni caso, il governo mondiale non intende diffondere questa informazione. E questo è quanto. Quanto al messaggio, dopo aver ripetuto la sequenza, diceva chiaramente:

I numeri che seguono sono le coordinate geografiche di un luogo. Inviate colui che le ha ricevute per primo a…

E poi, ancora quella sequenza. Decine di volte.»

Lanciai al direttore uno sguardo sinceramente sorpreso.

«Non ci avevo pensato. Sono coordinate, certo… ma non sembrano esserlo.»

«Sì, sono coordinate sessagesimali. Le usavamo anche noi fino al XXI secolo, le abbiamo abbandonate, utilizzando i radianti, per questo non ci sono familiari. Risalgono ai Sumeri, forse anche prima… Insomma, chiunque siano, probabilmente contano in dozzine, o pensano che noi lo facciamo ancora. Oppure, più semplicemente, usano i loro sistemi di misura.»

«E io? Che cosa ne sarà di me, adesso?»

«Lo scoprirai presto. Ti stanno aspettando là fuori. Addio, nonostante l’età, giovane Eugene. Ti auguro buona fortuna, ne avrai bisogno. Sicuramente…»

Detto questo, il colloquio terminò. Mi avviai verso la porta, ancora chiusa, davanti a me.

1 Scrittura dei primi dieci numeri in sanscrito (eka) (dvi) (tri) (catuḥ) (pañca) (ṣaṭ) (sapta) (aṣṭa) (nava) १० (daśa).

2 “0” è ““. Questo simbolo viene chiamato “śūnya-bindu” o “śūnya-saṃkhyā-bindu”. È un punto posizionato in basso e al centro del numero per indicare il valore zero.

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